Reviews of ALPHABET CITY"Too pretty to be real and too real to be pretty," sniffed the New York Times when Amos Poe's first serious brush with mainstream cinema opened at the Orpheum; in retrospect, what was meant as a dismissal is actually a strong recommendation for those in the know. Vincent Spano (then fresh from his terrific performance in John Sayles' Baby, It's You) stars as Johnny in this noir-drenched drama about an organized crime underling who balks at torching his family tenement and thus earns the wrath of the mob. Unabashedly stylized and mercurially melodramatic, Alphabet City isin the truest sense of the phrasea film that got away. ::
Se è vero che per certi versi un film come Apocalypse Now riesce a decretare apocalitticamente la fine di una decade, gli anni ’70 del cinema americano, le cui linee generali sono sempre state agilmente perimetrabili, non fosse altro che per un’aderenza tra contemporaneità e rappresentazione, è vero anche che in virtù del suo impianto spettacolare, anticipato di qualche anno dal cinema di Lucas votato ad una spettacolarità allo stato puro (aiutato da un’avanguardia tecnologica in continua evoluzione), inaugura una nuova fase di produzione cinematografica modulata su parametri radicalmente mutati rispetto all’epoca precedente. Indubbiamente differenti insorgenze storiche e sociologiche (la conclusione della guerra vietnamita, il disgelo, il reaganismo) concorrono pesantemente alla trasformazione del quadro d’insieme in esame. Ciò che viene essenzialmente meno rispetto ai seventies è una referenza immediata al dato contingente, l’elemento dell’attualità viene demandato all’informazione in tempo reale dei numerosi notizari che proliferano nei palinsesti televisivi, si preferisce da una parte inseguire le più invitanti traiettorie di fuga proposte dall’universo della finzione, e dall’altra concentrarsi autoriflessivamente proprio sul potere dell’immagine catodica, sul rapporto tra informazione televisiva e capacità telespettatorialmente critico-rielaborative. Si noterà che Network (Quinto potere) di Lumet è del ’76, ma le pellicole che ragionano in maniera più subdolamente metaforica e decisiva sul dominio mediatico della televisione appartengono agli anni ’80 (Videodrome, Poltergeist, Osterman Weekend...), cioè a un’era cinematografica che oltre ad offrire intrattenimento infarcito irrinunciabilmente di sbalorditiva effettistica speciale, ripiega la sua attenzione sul cinema del passato e, soprattutto, sui suoi codici, aprendo inimmaginati scenari di contaminazione linguistica ed espressiva. In questi termini non risulta così insensata una riflessione che ripensi il cinema americano degli anni ’80 come rinnovato territorio di sperimentazione, basti pensare – senza per forza di cose soffermarsi sulle esperienze artistiche più programmaticamente underground – ad autori che pur frequentando zone liminari di indipendenza e marginalità quali Jarmush, Jost, Sayles etc., hanno lavorato in ambiti di più allargata fruibilità, non necessariamente mainstream. E lo stesso Coppola non ha cercato nuovi moduli di sperimentazione autoriale approfondendo, seppur con risultati discutibili o discontinui, il discorso esclusivamente formale da One from the Heart (Un sogno lungo un giorno) a Rumble Fish (Rusty il selvaggio)? –Mauro F. Giorgio, gli SPIETATI
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